EMULSIONI
EMULSIONI è un progetto culturale nato da una visione artistica e curatoriale che ha costruito progressivamente relazioni con un territorio, con le persone che lo abitano, con la sua storia industriale e con le istituzioni locali. Il festival partecipativo dedicato alla fotografia analogica, alla memoria industriale e alla riattivazione dei luoghi con un particolare focus verso la ricerca fotografica contemporanea nasce all’interno di questo progetto culturale.
EMULSIONI Festival nasce a Ferrania (Cairo Montenotte, SV), territorio profondamente segnato dalla storia dell’industrializzazione ligure e dalla successiva dismissione produttiva. Per oltre un secolo, Ferrania è stata uno dei principali poli italiani per la produzione di pellicole fotografiche, cinematografiche e radiografiche. Questa eredità costituisce oggi un patrimonio culturale, storico, tecnico e sociale, composto da architetture, materiali d’archivio, competenze, saperi produttivi e memorie collettive, da trasmettere e reinterpretare attraverso nuove occasioni di condivisione. EMULSIONI si propone come un dispositivo culturale per la valorizzazione del patrimonio industriale, promuovendo processi partecipativi tra istituzioni, comunità locali e operatori culturali.
L’edizione 2026 è stata ideata e curata da Francesca Bergadano, Silvia Margaria, Federica Pompejano, con la collaborazione di Dialoghi d'Arte. La curatela ha riguardato la scelta delle tematiche legate alle diverse attività e delle figure da coinvolgere, la definizione del programma e l’identità del festival, nonché il metodo di ricerca e di lavoro e le direzioni che prenderà nelle edizioni future. L’obiettivo è rafforzare il legame tra comunità e patrimonio, attraverso un approccio interdisciplinare.
Il Festival 2026 ha proposto un programma interdisciplinare di installazioni, workshop, proiezioni, esposizioni, incontri ed esplorazioni territoriali. Le iniziative sono state svolte in luoghi simbolici dell’ex stabilimento industriale e del tessuto urbano di Ferrania. Attraverso la fotografia analogica, intesa come pratica artistica, strumento di conoscenza e occasione di relazione, EMULSIONI ha costruito nuove narrazioni territoriali, riattivato lo sguardo sui luoghi e rafforzato il legame tra persone, patrimonio e memoria, in una prospettiva culturale di lungo periodo.
Fotografie di Marta Casanova, Alice Dolmetta, Matilde Ridella, Sofia Ripamonti.





































L'edizione 2026 si è svolta dal 22 al 24 maggio.
IL PROGRAMMA
Esposizioni fotografiche
Il progetto fotografico diffuso Argento Vivo, che espone i ritratti degli abitanti realizzati con banco ottico dal fotografo Umberto Costamagna, ha aperto il Festival. Le immagini, trasformate in manifesti e affisse sugli edifici dell’ex fabbrica, hanno restituito visibilità alla comunità, facendo dello spazio pubblico un luogo di presenza, appartenenza e racconto collettivo.
On a line ha presentato una selezione di fotografie in bianco e nero ai sali d’argento realizzate da Alice Benessia nel 2003. Allestita nell’atrio dell’ex Centrale termoelettrica, frigorifera, idrica e pneumatica (T.E.F.I.P.), l’esposizione ha esplorato la fotografia come pratica di relazione tra forme, presenze e ritmi del visibile, instaurando un dialogo con l’architettura industriale che l’ha ospitata.
Workshop
Un articolato programma di workshop e laboratori ha invitato il pubblico a esplorare le relazioni tra fotografia, paesaggio, memoria ed ecologia attraverso pratiche artistiche e partecipative.
Ad occhi chiusi, condotto dall’artista Elena Pugliese, ha esplorato il rapporto tra paesaggio esteriore e interiore attraverso osservazione, scrittura e ascolto, interrogando il modo in cui lo sguardo riflette la nostra relazione con i luoghi.
La foresta democratica, workshop fotografico di Alice Benessia, ricercatrice e artista, ha messo in dialogo fotografia ed ecologia, proponendo pratiche di osservazione e riflessioni sul rapporto tra ambiente, presenza e immagine.
Rivolto a bambine e bambini, Cogliere l’insieme. Ciò che è incluso, ciò che è lasciato fuori, condotto da Alessandro Chiossone e Roberta Volpone, si è ispirato alle riflessioni di Philip Perkis e al metodo della scuola di architettura Dd’A. Attraverso la fotografia, il laboratorio ha invitato i giovani partecipanti a interrogarsi sulla differenza tra visione e inquadratura e a sviluppare uno sguardo consapevole sullo spazio circostante.
Integrazione di lacune, a cura di Echollective, associazione culturale della Val Bormida impegnata nella valorizzazione dei territori della valle, ha proposto un intervento sull’edificio dell’ex Dopolavoro di Ferrania. Attraverso calchi realizzati sulle superfici esterne della facciata, i partecipanti hanno esplorato i segni lasciati dal tempo, trasformando le mancanze in occasioni di lettura e cura del patrimonio.
Il laboratorio di cianotipia, condotto da Ombretta Dogliotti e Francesca Bergadano, ha permesso di sperimentare uno storico procedimento fotografico basato sulla luce solare, utilizzando materiali naturali, negativi e oggetti provenienti dal Ferrania Film Museum. L’esperienza ha valorizzato manualità e conoscenza diretta dei processi analogici.
Con Materia sensibile, Andrea Biscosi, ex lavoratore dello stabilimento fotografico e fotografo, ha condotto dimostrazioni di sviluppo e stampa in una camera oscura temporanea. L’attività ha restituito centralità ai gesti, ai tempi, alle competenze tecniche e alla dimensione materiale della fotografia, favorendo la trasmissione dei saperi specialistici legati alla produzione analogica.
Il programma ha previsto, inoltre, sessioni di ritratto fotografico analogico con Umberto Costamagna, presso Borgo S. Pietro, durante le quali i partecipanti sono stati fotografati su pellicola.
Proiezioni e approfondimenti
Tra gli appuntamenti culturali, Parto ora, in una scatola, per mare è stata l’occasione per presentare il volume "Insegnare fotografia (note raccolte)" di Philip Perkis (1935–2025), fotografo e docente statunitense, accompagnata da una selezione di stampe analogiche in bianco e nero ai sali d’argento. Il libro raccoglie pensieri, esercizi e riflessioni sulla fotografia come pratica di osservazione e conoscenza, capace di accogliere l’imprevisto e superare il controllo assoluto dell’immagine. È intervenuta Alice Benessia, traduttrice dell’edizione italiana, amica e allieva dell’autore.
La proiezione di Supporto Ferrania, montaggio di fotografie provenienti dagli album privati degli abitanti e da archivi istituzionali, realizzata in collaborazione con Ferrania Film Museum, Museo Nazionale del Cinema di Torino e Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea, è stata ospitata da A.B.F. presso la Casa del Fattore, a Borgo S. Pietro. L’installazione ha costruito un racconto visivo collettivo in cui il concetto di supporto richiama sia la pellicola come materiale fotografico sia il ruolo sociale, economico e affettivo svolto dalla fabbrica nella vita della comunità.
Scrivere l’ordinario ha restituito gli esiti di un laboratorio collettivo a distanza, svolto prima del festival, che ha messo in relazione fotografia analogica e scrittura. A partire da diapositive 35 mm dell’archivio The No Carousel di Silvia Margaria, i partecipanti hanno elaborato testi personali, successivamente restituiti attraverso una proiezione analogica accompagnata da letture performative. Immagini e parole sono state intrecciate in un racconto corale.
Esplorazioni del territorio
Il Festival ha invitato a riscoprire il paesaggio industriale di Ferrania attraverso Percorsi di memoria, passeggiate organizzate da Federica Pompejano e Marta Casanova, con la collaborazione di Alice Dolmetta, Celia Castello e Sofia Ripamonti, studentesse del Dipartimento Architettura e Design dell’Università di Genova, insieme agli ex lavoratori Bruno Occhetto, Alessandro Marenco e Roberto Romero. Gli itinerari hanno attraversato luoghi significativi dell’ex fabbrica, accompagnati dalle testimonianze di chi li ha vissuti, intrecciando memoria personale e storia collettiva.
Inoltre, sono stati organizzati due tour in bicicletta tra fabbrica e villaggi operai, grazie alla collaborazione con l’ASD Cinghialtracks.
Talk
I talk hanno ricoperto un ruolo centrale nel programma costituendo occasioni di approfondimento e confronto sui temi della fotografia, della memoria industriale, dell’ecologia e delle pratiche contemporanee di rappresentazione.
Il ciclo si è aperto con un dialogo sull’archeologia industriale e sul futuro dei paesaggi produttivi, tra conservazione della memoria e trasformazione territoriale, con Maria Grazia Ercolino (Sapienza Università di Roma), Elena Donaggio (Avanzi – Sostenibilità per Azioni), Federica Pompejano (Università di Genova) e Andrea Canziani (Soprintendenza ABAP per la Liguria).
Il confronto tra Silvia Margaria (artista) e Andrea Botto (artista) ha approfondito le pratiche artistiche contemporanee che adottano il dispositivo e il pensiero analogico come metodo di ricerca e linguaggio espressivo.
Un ulteriore incontro, con Sara Benaglia (ricercatrice visiva e saggista), Vincenzo Guarnieri (biochimico) e Chiara Reverdito (geografa), ha affrontato i processi estrattivi e produttivi della fotografia, mettendo in relazione storia dei materiali, geografie della produzione e consapevolezza ecologica.
Giangavino Pazzola (CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia) e Mauro Zanchi (critico d’arte e saggista) hanno discusso sulle forme di osservazione del quotidiano, sulle nuove narrazioni documentarie e sulle possibilità espressive delle immagini ibride.
Il dialogo tra Gaia Cambiaggi (fotografa), Marta Clinco (fotogiornalista, producer e documentarista) e Gloria Bovio (antropologa culturale e dell’arte) ha esplorato i significati contemporanei del ritorno alla fotografia analogica, tra scelte artistiche, posizionamenti culturali e passioni individuali.
A partire dall’archivio fotografico di Paolo Di Paolo e dal volume "Qualcosa dovrà succedere" (Marsilio, 2026), Silvia Di Paolo (scrittrice e referente archivio fotografico di Paolo Di Paolo) e Luca Giuliani (storico e archivista) hanno riflettuto sulle pratiche di costruzione, conservazione e accesso alla memoria visiva, intrecciando vicende autobiografiche e storia collettiva.
Il ciclo di talk si è concluso con un incontro tra Greta Plaitano (storica della fotografia) e Gloria Bovio (antropologa culturale e dell’arte), dedicato alle dinamiche di visibilità e rappresentazione dell’immagine femminile nella storia e nella cultura fotografica.
Restituzione e prospettive
A conclusione del festival, un momento di confronto e restituzione pubblica, a cura di Emma Franco, dottoranda dell’Università di Genova, ha permesso di raccogliere osservazioni, esperienze e riflessioni emerse durante le attività. Attraverso la pluralità di linguaggi, luoghi e partecipanti, EMULSIONI Festival 2026 si è configurato come un processo culturale continuativo, in cui la fotografia analogica è diventata strumento di ricerca, partecipazione e riappropriazione simbolica del patrimonio industriale di Ferrania. Un’occasione per costruire nuove relazioni tra memoria industriale, paesaggio e comunità, promuovendo forme condivise di conoscenza, cura e rigenerazione creativa del territorio.
Info: emulsionifestival@gmail.com
Partners:
Comune di Cairo Montenotte
MiC | Soprintendenza ABAP Liguria
Università di Genova | DAD Dipartimento di Architettura e Design
Con il patrocinio di:
Delegazione Fai Savona
AIPAI Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale
Unione Industriali Savona
Ferrania Film Museum
Finanziatori:
Fondazione Agostino De Mari
Fondazione Compagnia di San Paolo
Fera srl
Click to Green
Comparato Sistemi idrotermici
Fotografie di Silvia Margaria e dal Ferrania Film Museum (Cairo Montenotte, SV)
Selected projects
Silvia Margaria (1985) vive e lavora a Torino.
Dopo la laurea in pittura passa tre anni all’archivio film della Cineteca del Museo Nazionale del Cinema di Torino, nel settore ispezione e catalogazione pellicole. Quest’esperienza lavorativa è stata fondamentale per formare la sua attuale ricerca artistica: ha imposto rigorosamente un metodo di attesa, decelerazione e scoperta, e un atteggiamento di cura consapevole del rapporto tra cancellazione e conservazione, ha attivato pratiche che formano un’attenzione più acuta verso le contingenze, le intermittenze del caso, le allusioni e i frammenti, la precarietà e la fragilità.
La sua metodologia di lavoro dà importanza al dialogo e alla partecipazione con altre tracce visive, tenendo conto del rapporto tra gli opposti intesi come tensioni compresenti, dell’esperienza di relazione con la memoria, della complessità del rapporto tra uomo e ambiente.
Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero.
Ha fatto parte di Progetto Diogene, associazione fondata a Torino nel 2007 da un gruppo di artisti con lo scopo di creare uno spazio dedicato alla riflessione e allo scambio di idee sulle tematiche e sulle modalità della pratica artistica contemporanea.
Nel 2023 ha co-fondato Progetti Specifici, associazione che si occupa di progettazione in ambito culturale e artistico con un focus sui processi di ricerca.
Nel 2025 è tra le ideatrici di Emulsioni, festival partecipativo annuale di fotografia analogica a Ferrania (SV), con eventi diffusi nei luoghi dell’ex fabbrica di pellicole fotografiche, cinematografiche e radiografiche.
“La frizione, tra una natura che si mostra e allo stesso tempo si ritira nella sua parte più essenziale, è il segreto stesso della natura, ovvero la ragione invisibile di cui il mondo è manifestazione. La poetica di Silvia Margaria si posiziona sulla soglia di questo punto: l’artista cerca la parte impercettibile della natura e indaga il suo processo di apparizione con un lavoro di osservazione mosso dal desiderio di capire il mistero della vita nel suo fluire. La sua ricerca, coerentemente con ciò che esamina, si configura nell’ambiguità degli opposti (per esempio: dispersione/concentrazione – nascondersi/palesarsi – cercare/trovare – uno/molteplice – solitudine/collettività – comunicazione/relazione – memoria/oblio – resistenza/cambiamento) relazionati, più che per reciprocità divergente, attraverso l’elaborazione della proprietà transitiva dei concetti, in modo che dal nesso dialogico si possa trarre lo stesso moto consequenziale che caratterizza il naturale divenire delle cose”.
Silvia Margaria passa tre anni all’archivio film della Cineteca del Museo Nazionale del Cinema di Torino, nel settore ispezione e catalogazione pellicole.
Quest’esperienza lavorativa è stata fondamentale per formare la sua attuale ricerca artistica: il modo attento di approcciarsi alla memoria e alla narrazione di identità del passato, e lo sforzo di portare lo sguardo oltre il proprio ordinario affaccendarsi, hanno attivato pratiche che formano un’attenzione più acuta verso le contingenze, le intermittenze del caso, le allusioni e i frammenti, la precarietà e la fragilità. La sua metodologia di lavoro dà importanza al dialogo e alla partecipazione con altre tracce visive, tenendo conto del rapporto tra gli opposti intesi come tensioni compresenti, dell’esperienza di relazione con la memoria, della complessità del rapporto tra uomo e ambiente. La sua ricerca si imposta su un ritmo che fa della lentezza una metodologia d’azione, per far sì che l’attenzione possa manifestarsi in maniera aperta, misurata e responsabile.
“La frizione, tra una natura che si mostra e allo stesso tempo si ritira nella sua parte più essenziale, è il segreto stesso della natura, ovvero la ragione invisibile di cui il mondo è manifestazione. La poetica di Silvia Margaria si posiziona sulla soglia di questo punto: l’artista cerca la parte impercettibile della natura e indaga il suo processo di apparizione con un lavoro di osservazione mosso dal desiderio di capire il mistero della vita nel suo fluire. La sua ricerca, coerentemente con ciò che esamina, si configura nell’ambiguità degli opposti (per esempio: dispersione/concentrazione – nascondersi/palesarsi – cercare/trovare – uno/molteplice – solitudine/collettività – comunicazione/relazione – memoria/oblio – resistenza/cambiamento) relazionati, più che per reciprocità divergente, attraverso l’elaborazione della proprietà transitiva dei concetti, in modo che dal nesso dialogico si possa trarre lo stesso moto consequenziale che caratterizza il naturale divenire delle cose”.